martedì 23 giugno 2026

LA TESTA BARBUTA E CORNUTA DEI FRATI TEMPLARI

 Il celebre scrivano ecclesiastico medievale Angerius de Bèziers era convinto che i monaci templari fossero “i depositari di un misterioso culto, falso e ingannevole”, al centro del quale c’era l’adorazione di una testa magica, dall’aspetto terribile, che parlava e concedeva all’intero Ordine e ai suoi membri la salvezza eterna ma anche ogni tipo di potere, di gloria e di ricchezza loro avessero voluto.

Nel 1307, per volere di papa Clemente V, i domenicani della Santa Inquisizione approfondirono l’argomento, sottoponendo ad interrogatori di garanzia 45 cavalieri e raccogliendo testimonianze varie, dentro e fuori l’Ordine, per verificare se esso si fosse o meno macchiato dei reati di idolatria, blasfemia, eresia e apostasia. Il materiale raccolto produsse l’incriminazione di moltissimi cavalieri e, subito dopo, furono imbastiti alcuni processi, come quello di Carcassonne e quello di Firenze.

Nei verbali della Santa Inquisizione, gli articoli 45/46 dei capi di accusa, trattarono proprio del culto della testa magica:

In tutte le province, i Templari posseggono idoli, teste con tre facce, con una sola o anche crani umani…nelle loro assemblee e soprattutto nei Grandi Capitoli essi adorano un idolo come Dio, come il loro Salvatore, affermano che questa testa li può salvare, che concede all’Ordine tutte le sue ricchezze, e che fa fiorire gli alberi e germinare le piante della Terra, che essi cingono e toccano la testa con delle funicelle che poi portano indosso sulla camicia o sulla carne”.

Presso la località di Saint-Briss-Le Vineux, ad Auxerre, nella Regione della Borgogna, è ancora visibile un’immagine della celebre testa magica adorata dai Templari, scolpita sulla fiancata sinistra di una casa templare che fungeva sia da commenda che da deposito di preziosi. Essa si presenta come una testa cornuta e barbuta, posta al di sotto di tre angeli, una chiara immagine terrena del Demiurgo, creatore e regolatore del mondo materiale, per usare un’espressione cara ai Catari.

                                                                 

Durante il processo di Carcassonne, il cavaliere templare Rodolfo di Gisi dichiarò di aver assistito ad un Capitolo Generale tenuto dal fratello di Villers, nella diocesi di Troyes, durante il quale il fratello Hugues de Beçancon appoggiò su un banco una testa-idolo. A quel punto il neofito si spaventò così tanto che uscì dal Capitolo senza attendere l’assoluzione del fratello più anziano. Lo stesso cavaliere aggiunse che aveva visto la stessa testa in sette Capitoli diversi e che l’idolo in questione aveva un aspetto terribile e demoniaco; ogni volta che appariva, riusciva a guardarla a malapena, poiché lo riempiva di terrore.

Il templare borgognone Hugue de Bures dichiarò ai giudici che questa testa veniva conservata all’interno di un armadio posto nella Cappella. Era una sorta di reliquia formata da tre leghe, d’oro, d’argento e di rame e raffigurava una testa umana dalle sembianze spaventose. I fratelli più anziani, e con grado più elevato, gli ordinarono di genuflettersi quando la testa sarebbe stata portata in processione in mezzo al Capitolo, e di adorarla come il vero Salvatore dell’Ordine.

La prima cosa che, infatti, emerse dalle indagini è che le pratiche incriminate erano tutte comandate dai vertici dell’Ordine in quanto “precetti”, in particolar modo l’adorazione di una testa verso la quale ci si doveva rivolgere con l’espressione latino-medievale Deus meus, adiuva me (Dio mio, aiutami), dopo essersi inchinati davanti ad essa, come testimoniano le deposizioni dei cavalieri Cettus de Ragonis e di Gèrard de Plaisance nell’istruttoria di Viterbo del 1308.

Il cavaliere Raoul de Gisy affermò che l’idolo adorato era un Maufe, cioè un dèmone cornuto. Per il cavaliere Pierre de Moncade l’idolo era un diavolo dell’Inferno. Il cavaliere Jean de Cassanhas disse che era il “Demonio, per quello che ne so io” e che durante la sua iniziazione, quando Il Precettore gli mostrò questo idolo di bronzo, gli disse “Ecco un amico di Dio che dialoga con lui quando meglio crede. Rendigli grazie per il bene che fa e perché ti ha condotto qui e lui ha esaudito tutti i tuoi desideri”.

Nicolas Réginus, frate templare, disse di essere stato testimone, durante un Capitolo a Bologna, che i grandi precettori dell’Ordine Guglielmo di Novi, priore di Lombardia e di Toscana e Giacomo da Montecucco dissero ai cavalieri che bisognava aspettarsi la Salvezza solo da questa testa.

Tra i documenti raccolti nell’atto d’accusa ai Templari del 1307 ci sono le “Grandi Cronache di Francia” nelle quali si legge “Un nuovo bambino generato da un Templare e da una giovane vergine veniva cotto ed arrostito sul fuoco e tutto il grasso ricavato lo credevano sacro e ci ungevano il loro idolo”.

Due testimonianze, quella del cavaliere Gaucerand de Montprezat e quella del cavaliere Raymond Rubei, insistevano sul fatto che l’idolo in questione era chiamato internamente con l’appellativo di Bafometto. Nel processo fiorentino, un cavaliere disse che gli era stato mostrato un idolo e gli era stato detto “Ecco il vostro Dio ed il vostro Magumet”.

Il cavaliere Pierre de Bonnefond disse che durante la sua iniziazione i fratelli più anziani lo rifornirono di una cordicella la quale aveva cinto, nei paesi d’Oltremare, la testa. Altri quattro testimoni nel processo fiorentino dissero di aver assistito alla cerimonia di consacrazione delle cordicelle e della loro distribuzione. Furono benedette attraverso il contatto con una testa ritenuta sacra e queste cordicelle venivano poi riposte in alcuni cofanetti per essere usate durante le cerimonie d’iniziazione.

Un notaio e due cavalieri raccontarono ai membri della Santa Inquisizione una storia che gettò un’ombra inquietante sull’origine di questa testa magica e sul suo culto negromantico:

Una nobilissima dama di Maraclea, di nome Yse, era amata da un cavaliere templare, un Signore, re di Sidone; ma ella morì giovane, e la notte in cui fu sepolta, il perverso amante penetrò nella sua tomba, esumò il cadavere e la stuprò. Allora uscì dal nulla una voce che gli comandò di ritornare dopo nove mesi perché avrebbe trovato un figlio. Il cavaliere templare obbedì all’ingiunzione e al momento stabilito aprì di nuovo la tomba e trovò una testa sulle ossa delle gambe dello scheletro della donna. La stessa voce dal nulla gli comandò di custodirla con ogni cura perché sarebbe stata dispensatrice di ogni bene. Perciò il cavaliere templare la portò sempre con sé. La testa divenne il suo genio protettore ed egli poté sconfiggere i suoi nemici semplicemente mostrandola. A tempo debito, questa testa entrò in possesso dell’Ordine templare

 


giovedì 17 luglio 2025

LA POLIZIA PARALLELA GOLLISTA INFILTRATA NEL SOVRANO E MILITARE ORDINE DEL TEMPIO DI GERUSALEMME

 

                                                Il Gran Maestro OSMTJ, generale Zdrojewsky


                                                        

                                            Tesserino di riconoscimento del SAC


Care/i amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

 la loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli che ha visto un’organizzazione “stay-behind”, atlantista e anticomunista, inserirsi all’interno di una loggia massonica riservata, nel periodo della guerra fredda, non è stato affatto un caso isolato. Una struttura simile si è creata in Francia più o meno nello stesso periodo, quando il SAC, il Service d’Action Civique, la polizia parallela gollista, si è coperta all’interno del Sovrano e Militare Ordine del Tempio di Gerusalemme (OSMTJ), un’organizzazione esoterica neotemplare che fu costituita in Francia da Fabrè Palaprat, nei primi anni del 1800.

Per capire cosa avvenne in Francia, bisogna però tornare indietro negli anni cinquanta del secolo scorso, quando l’RPF (Rassemblement du Peuple Français), il partito del generale Charles De Gaulle, si era dotato di un servizio d’ordine interno per proteggere il loro leader e i candidati più in vista alle elezioni politiche. Esso era composto soprattutto da ex militari e partigiani della Resistenza gollista ma vi erano presenti anche molti esponenti dei servizi segreti ricostituiti e della polizia nazionale, tutti profondamente devoti al generale. Nel 1953, quando De Gaulle sciolse il partito, questo servizio d’ordine si dotò di una struttura occulta col compito di pianificare e implementare delle operazioni clandestine e col fine di portare il generale all’Eliseo, un’impresa che fu coronata con successo il 21 dicembre del 1958 quando De Gaulle fu eletto presidente della Repubblica.

Due anni più tardi, De Gaulle lo trasformò in un’organizzazione ufficiale denominata SAC, dotandola di poteri pubblici e trasformandola in un’agenzia per la sicurezza nazionale, nonostante essa servisse unicamente la causa del suo fondatore e del suo movimento politico, tanto da essere definita dai giornali francesi “la guardia pretoriana del generale e di tutto il movimento gollista”.

All’apice del suo successo, il SAC contava 3.000 uomini, ben organizzati, ben equipaggiati e ben finanziati. Tra i suoi compiti c’era quello di proteggere De Gaulle dagli attentati messi in campo dagli esponenti dell’OAS, l’Organizzazione Armata e Segreta che radunava molti ex alti ufficiali dell’esercito che, assieme ad una manovalanza di estrema destra, si opponeva alla politica di decolonizzazione delle colonie francesi in Africa, voluta dal presidente della Repubblica, con gli accordi di Evian del 18 Marzo del 1962. Il SAC doveva inoltre aiutare il presidente a rimanere al potere, indebolendo tutti i partiti politici rappresentati in Parlamento, a partire da quello socialista e poi da quello comunista.

Quando nel 1969, De Gaulle uscì dalla scena politica, il SAC subì una forte deviazione. Per rimpinguare le sue casse ormai vuote, l'anno seguente, il SAC avviò traffici di armi e di droga in combutta con la criminalità organizzata di Marsiglia. Per meglio mimetizzarsi, cambiò la sua sigla in ETEC (Etudes Techniques et Commercials), presentandosi come un centro studi che, in realtà, nascondeva una struttura stay-behind, atlantista e anticomunista, capace di infiltrarsi in altre organizzazioni.  

Attraverso una precisa tattica spionistica, gli uomini del SAC-ETEC s’infiltrarono nel Sovrano e Militare Ordine del Tempio di Gerusalemme, riuscendo, in poco tempo, nel 1970, a far eleggere come 49° Gran Maestro il generale e conte polacco Antoine Zdrojeswsky, già capo della resistenza polacca nella Francia occupata dai nazisti. Il nuovo Gran Maestro che non faceva parte del SAC, avviò un reclutamento con affiliazioni altolocate e di peso, sul modello di quel proselitismo che il Maestro Venerabile Licio Gelli aveva svolto per la loggia P2.

In quello stesso anno, il Gran Maestro dell’OSMTJ Zdrojeswsky spostò la sede dell’Ordine a Marsiglia, nel Boulevard De Courcelles, al civico 69, dove aveva sede la ETEC, il centro studi che fungeva da copertura per il SAC. In seguito però ad alcune segnalazioni, nel 1972, il centro studi fu oggetto di perquisizione da parte della polizia nazionale, su ordine della magistratura, che trovò numerosi faldoni contenenti dossiers illeciti su personalità pubbliche e private.

Una serie di altri scandali fece calare il sipario sul SAC, nove anni più tardi. Proprio nello stesso mese e anno della scoperta delle liste della loggia P2 a Castiglion Fibocchi, in Francia, ad Auriol, un quartiere di Marsiglia, un ispettore di polizia, Jacques Massiè, membro del SAC e neotemplare dell’Osmtj, fu ucciso assieme alla moglie e al figlio da un gruppo armato, per un regolamento di conti interno all’organizzazione.

L’inchiesta giudiziaria e parlamentare che ne scaturì scoperchiò le attività illegali e illecite di questa struttura: traffico di droga, di armi, spionaggio e ben nove omicidi. Nel luglio del 1982, il presidente socialista Mitterand, d’imperio, ne decretò lo scioglimento.

 

 

 


lunedì 30 giugno 2025

GESU' CRISTO, SECONDO I TEMPLARI

 


Care/i amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

il materiale documentale inerente ai vari processi intentati contro i Templari tra il 1307 e il 1310, per ordine di Papa Clemente V, apre uno squarcio sulla dottrina religiosa dell’Ordine, come ben si evidenzia nei rituali delle iniziazioni dei neofiti che si svolgevano sempre a notte fonda. In particolare, oggi, tratterò dei dogmi che l’Ordine del Tempio professava nei confronti della figura di Gesù Cristo e del simbolo del crocifisso.

A tal proposito, è bene non dimenticare che l’Ordine templare dipendeva gerarchicamente dal pontefice regnante della Chiesa cattolica apostolica e romana e che i suoi membri erano monaci i quali si impegnavano ad armarsi e a promuovere “guerre giuste”, in nome di Dio, per la difesa della cristianità, così come era stato stabilito da San Bernardo di Chiaravalle, il più importante protettore di questa milizia.

Nonostante ciò, la cerimonia d’iniziazione dell’aspirante cavaliere all’Ordine aveva il suo apice nel rito del rinnegamento di Gesù Cristo come Salvatore del genere umano e come figlio di Dio, accompagnato dal celebre sputo sulla croce a cui si potevano aggiungere improperi di vario tipo, così come era previsto dagli Statuti interni i quali non dovevano mai essere resi pubblici, per ovvi motivi. A tal proposito, il cavaliere templare Raoul De Presles testimoniò davanti ai legati del papa e alle autorità ecclesiastiche di aver saputo dal rettore della Casa dell’Ordine di Laon, tale Gervais de Beauvais, che nella sala capitolare e generale c’era un libricino che conteneva gli Statuti dell’Ordine che non potevano essere mostrati ad alcuno che non fosse cavaliere dell’Ordine, nemmeno al re di Francia, pena la morte per uccisione istantanea di chi si macchiava di tale colpa.

I cavalieri Templari, Noffo Dei e Esquin De Floryan, furono i primi ad ammettere l’esistenza nell’Ordine di una seria di pratiche anticristiane, tra cui, appunto, “l’insulto a Gesù Cristo…quando i Templari fanno professione di fede, viene presentata l’immagine di Gesù in croce ed essi, con crudeltà orribile, gli sputano tre volte in faccia..”.

Bertrand de Montigniac disse che fu ricevuto cavaliere da Fra’ Jean De Chounes, precettore della Casa dell’Ordine del Tempio di Soissons il quale gli mostrò una croce sulla quale c’era l’immagine di Gesù Cristo, per poi dirgli tali parole “non credere in lui, perché non fu altro che un falso profeta, senza alcun potere (sine ullam valorem)…".

Foulques de Troyes confessò di essere stato ricevuto nell’Ordine templare, dopo che gli fu mostrata l’immagine di Gesù in croce e gli fu ordinato di “non prestare attenzione a lui, perché è troppo giovane per essere Dio”.

Guido de Ciccica deponendo al processo di Firenze affermò che, durante alcuni Capitoli generali, sentì più volte professare la seguente dottrina “Gesù non è un vero Dio, è solo un falso profeta. Non è stato crocifisso per la salvezza del genera umano ma per i suoi misfatti: non possiamo né dobbiamo essere salvati da lui”.

Fra’ Nicolas Reginus dichiarò che i precettori di Lombardia e Toscana, Guglielmo di Novi e Giacomo di Montecucco, durante un Capitolo Generale tenutosi a Bologna, dissero ai fratelli convenuti che “il Cristo non era né Dio né il vero Signore ma solo un falso profeta, che non era morto per la salvezza del genera umano e che non bisognava aspettarsi alcunché da lui…”.

Nel processo siciliano, molte furono le testimonianze sul fatto che i capi dell’Ordine chiudevano i Capitoli generali con queste parole “Prego Dio che perdoni i vostri peccati, come li perdonò a Maria Maddalena e al ladrone posto sulla croce”.  Il cavaliere Garcerand de Teus, ascoltato dai legati del papa, nella chiesa di Santa Maria in Sicilia, nell’Aprile del 1310, aggiunse particolari interessanti sulla formula rituale di chiusura dei Capitoli.

“Il ladrone di cui parla il capo del Capitolo fa riferimento, secondo i nostri Statuti, a tale Gesù o Cristo che fu crocifisso dagli ebrei, perché egli non era Dio e invece si definiva Dio e re degli ebrei, il che è un oltraggio per il vero Dio che sta nei cieli. Quando pochi istanti prima di morire, Longino gli trafisse il costato con la lancia, Gesù si pentì di essersi definito Dio e re degli ebrei e chiese perdono al vero Dio: allora questi lo perdonò. Ecco perché parlando del Cristo crocifisso, usiamo queste parole: come Dio perdonò il ladrone che fu messo in croce. Per quanto riguarda la Maddalena, i suoi peccati le furono rimessi dal vero Dio che sta nei cieli, perché fu sua amica e per servirlo frequentava le chiese e i monasteri e accendeva le lampade delle chiese”.

Molte altre testimonianze dei cavalieri rivelarono che gli anziani dell’Ordine, tra cui Gerard de Passage, ripetevano che “Gesù è morto per i suoi peccati” oppure “non dovete credere che Dio sia morto perché ciò non è credibile” o ancora “la croce non è altro che un pezzo di legno”

Dopo queste parole, spesso, veniva imposto ai cavalieri convenuti l’obbligo di sputare tre volte sul crocifisso in segno di disprezzo, soprattutto nel giorno del Venerdì Santo, come raccontò al processo di Firenze Fra’ Egidio che venne obbligato anche a calpestare la croce con vigore, col fine di trarne energia vitale e potenza.

A tal proposito è di grande interesse ciò che il cavaliere e biografo medievale Jean de Joinville scrisse nella biografia dedicata al re di Francia, la celebre Storia di San Luigi, riguardo al rito dello sputo sulla croce praticato ritualmente dai Templari.

Al capitolo 71, lo scrittore riporta un incontro che si svolse tra re Luigi e gli emiri arabi. Questi ultimi volevano che il re di Francia giurasse che se non avesse rispettati i patti con loro, sarebbe stato pubblicamente disonorato come quei Templari che rinnegano Dio, la sua legge e che sputano sulla croce, camminandoci sopra. Re Luigi non solo dimostrò di conoscere bene il celebre rito dei Templari ma cosa ancor più strana, si rifiutò di fare questo giuramento.

 

 

 

 


venerdì 16 maggio 2025

GIUDA ISCARIOTA, IL DISCEPOLO PREDILETTO DI GESU'

                                                                                                                                                                                                                                                         


Care/i amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

nel 1978, nella provincia di Al Minya, in Egitto, è stato ritrovato un papiro ritenuto scomparso da 1.700 anni, poi restaurato nel 2001. Scritto in lingua sahidica, un dialetto copto, intorno al 280 d.C., è la copia dell’originale Vangelo di Giuda, scritto in greco nel 150 d.C., del quale parla il vescovo di Lione Ireneo nel libro Contro le eresie: confutazione e smascheramento della falsa gnosi, scritto nel 180 d.C.

Lo gnosticismo era un vasto movimento popolare che, tra il 100 e il 130 d.C., era diventato una florida corrente del nascente cristianesimo, osteggiata fortemente dai membri della corrente ortodossa, tra i quali, appunto, il vescovo gallico Ireneo. Gli ortodossi, infatti, non ammettevano la lettura di tutta una serie di libri di contenuto gnostico perché, secondo loro, davano una visione distorta della figura di Gesù, diversa da quella presentata dai 4 Vangeli canonici, scritti da Marco, Matteo, Luca e Giovanni, tra i 35 e i 65 anni dopo la crocifissione di Gesù.

Per questo motivo, il Vangelo di Tommaso e Pietro, il Vangelo di Maria Maddalena, il Vangelo di Verità, il Vangelo di Filippo, il Libro segreto di Giovanni, la Prima Apocalisse di Giacomo, la Lettera di Pietro e Filippo e soprattutto il Vangelo di Giuda, furono bollati come eretici e pericolosi per la diffusione della “vera fede”. Inoltre il pensiero filosofico-religioso gnostico metteva in crisi la struttura gerarchica e organizzativa che gli ortodossi stavano lentamente costruendo nel 200 d.C.

Molti erano, infatti, gli elementi dottrinali che dividevano la corrente gnostica da quella ortodossa. Innanzitutto, gli gnostici ritenevano che si potesse arrivare alla salvezza solo attraverso un processo conoscitivo e non certamente attraverso un atto di cieca fede verso Gesù né tantomeno a seguito di buone opere. In secondo luogo, ritenevano che Gesù fosse un Maestro illuminato, una scintilla divina proveniente dal regno immortale e spirituale di Barbelo, venuto sulla Terra non per redimere i peccati del mondo e degli uomini ma per rivelare la Verità, smascherando le false credenze, e per svegliare le coscienze di quelle anime che erano cadute nella prigione della materia corporea. Inoltre, per gli gnostici, Gesù non era affatto il figlio del Dio-creatore vetero-testamentario che loro consideravano un dio inferiore, un Demiurgo che aveva creato un’illusione, la materia imperfetta e mortale, specchio capovolto e imbruttito del vero regno divino.

Nel Vangelo di Giuda, in particolare, Gesù ride dei dodici apostoli perché non conoscono il vero Dio trascendente ma continuano a pregare il Demiurgo, “la disastrosa divinità” che, caduta dal regno divino, creò la materia, l’universo e l’uomo, come raccontato nella Bibbia.  Giuda, invece, dimostra a Gesù di essere ferrato sulla conoscenza del regno immortale di Barbelo e, per questo motivo, Gesù decide di confidare a lui solo alcuni segreti, ritenendolo l’unico apostolo in grado capire la Verità. In più, Gesù affida al suo discepolo prediletto una missione sacra ma pericolosa, quella di tradirlo, col fine di liberarlo dalla prigione del corpo. In questo Vangelo, Gesù, infatti, usa queste parole nei confronti di Giuda:

“Tu sarai al di sopra di tutti loro. Perché tu sacrificherai l’uomo che mi riveste”.

Per questo motivo, Gesù gli confida che gli altri undici apostoli lo sostituiranno con Mattia, lo odieranno e il mondo intero lo calunnierà ingiustamente ma una nube luminosa lo porterà via verso il regno immortale di Barbelo, sottraendolo alle grinfie degli uomini malvagi.

Il Vangelo di Giuda è, quindi, un vangelo gnostico di grande importanza che spiega “in maniera dettagliata come si sia originato il nostro malvagio mondo materiale” e come sia accaduto che le anime della generazione dei discendenti di Seth, il terzo figlio di Adamo ed Eva, sia rimasta imprigionata nei corpi materiali, costruiti col fango da El, il Signore e Creatore, coadiuvato in questo dai suoi due fedeli arconti e assistenti, Yaldaboath e Saklas. Il Vero Dio è, invece, una mente divina, situata al di fuori dell’universo fisico, che non si è mai rivelata o incarnata né ha a cuore le vicende di questo mondo, poiché “è priva di aspetti o qualità materiali”.  Gesù rivela a Giuda che la maggior parte degli uomini e delle donne, compresi tutti gli esseri viventi creati dal demiurgo El, sono fatti di corpo e di spirito e che periranno in maniera definitiva quando sarà scoccata la loro ora, in quanto privi di anima. Coloro che, invece, posseggono anche l’anima, non dovranno mai abbracciare il mondo e il suo creatore che li ha intrappolati “in questo capriccioso reame di materia” ma devono sapere che una volta morti, potranno tornare trionfanti nel regno divino dal quale provengono. Proprio per questo motivo, come si è detto, Giuda riceve da Gesù il comando di aiutarlo a liberare l’anima divina dal corpo che lo avvolge, attraverso il celebre tradimento.

Il Vangelo di Giuda si conclude così, senza il processo e la crocifissione di Gesù ma con la glorificazione del “tredicesimo apostolo” che, per il suo atto, viene portato via da una nube celeste e luminosa.

Per approfondire, vi consiglio il libro “Il Vangelo di Giuda”. Testo integrale pubblicato da National Geographic.

Buona lettura!

Michele Allegri (email   templarcenter@libero.it).

 




venerdì 17 gennaio 2025

17 GENNAIO: L’ANGELO GNOSTICO E ALCHEMICO DI TORINO

 

                                                                           


        

Care/i amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

per chi voglia intraprendere, oggi 17 Gennaio, una piacevole gita a Torino, consiglio di far visita ad un monumento di significato esoterico che si trova al centro di Piazza Statuto, in quella porzione di territorio che, secondo molti studiosi, sarebbe una porta d’ingresso verso il mondo sotterraneo, quella che il sommo poeta Dante Alighieri, nella Divina Commedia, chiama in lingua latina Porta Inferi.


                                                                             






          

Si tratta del monumento ai caduti del Traforo del Cenisio-Frejus che collega l’Italia e la Francia, una grande opera di urbanizzazione ingegneristica compiuta grazie al talento di tre ingegneri. Il Monumento è formato da un ammasso di pietre non levigate che formano un corpo conico che è posto sotto i piedi di un Angelo alato che, con la sua conoscenza e immortalità, sovrasta e guida le potenze ctonie del mondo sotterraneo, rappresentate da sette Titani o Giganti marmorei.

                                                                               


Quest’imponente opera fu pensata nel 1871. Implementata grazie alla caparbietà del Conte Marcello Panissera da Veglio, fu realizzata nel 1879 da Luigi Belli, un giovane diplomato alla Regia Accademia delle Belle Arti.  Fu messa poi in Piazza Statuto, nello stesso luogo dove aveva sede un antico cimitero romano e, in modo tale che guardasse ad Occidente, là dove il sole tramonta per far spazio al chiaro di Luna.

In tutte le tradizioni religiose, i Giganti o Titani o Vigilanti, sono i figli nati dall’accoppiamento contro natura tra un’entità soprannaturale e le figlie degli uomini alle quali è stata insegnata l’arte della magia e della scienza. Nella tradizione ebraico-cristiana queste entità soprannaturali sono gli angeli alati chiamati anche “stelle del mattino”.

                                                                        

Non è un caso, infatti, che l’angelo alato del monumento di Piazza Statuto presenti sulla testa riccioluta una stella capovolta a cinque punte, un pentacolo alchemico che, nell’antica tradizione geroglifica egiziana, rappresenta la suprema conoscenza. Essa è anche la Rosa canina a cinque petali degli alchimisti e della letteratura trobadorica, la quale simboleggia la resurrezione in quanto questa rosa non richiede l’impollinazione incrociata per produrre i frutti. In pratica, essa muore e nasce sempre identica a sé stessa.

In fin dei conti, infatti, è un monumento in onore alla conoscenza e all’immortalità.

Buon 17 Gennaio!