martedì 23 giugno 2026

LA TESTA BARBUTA E CORNUTA DEI FRATI TEMPLARI

 Il celebre scrivano ecclesiastico medievale Angerius de Bèziers era convinto che i monaci templari fossero “i depositari di un misterioso culto, falso e ingannevole”, al centro del quale c’era l’adorazione di una testa magica, dall’aspetto terribile, che parlava e concedeva all’intero Ordine e ai suoi membri la salvezza eterna ma anche ogni tipo di potere, di gloria e di ricchezza loro avessero voluto.

Nel 1307, per volere di papa Clemente V, i domenicani della Santa Inquisizione approfondirono l’argomento, sottoponendo ad interrogatori di garanzia 45 cavalieri e raccogliendo testimonianze varie, dentro e fuori l’Ordine, per verificare se esso si fosse o meno macchiato dei reati di idolatria, blasfemia, eresia e apostasia. Il materiale raccolto produsse l’incriminazione di moltissimi cavalieri e, subito dopo, furono imbastiti alcuni processi, come quello di Carcassonne e quello di Firenze.

Nei verbali della Santa Inquisizione, gli articoli 45/46 dei capi di accusa, trattarono proprio del culto della testa magica:

In tutte le province, i Templari posseggono idoli, teste con tre facce, con una sola o anche crani umani…nelle loro assemblee e soprattutto nei Grandi Capitoli essi adorano un idolo come Dio, come il loro Salvatore, affermano che questa testa li può salvare, che concede all’Ordine tutte le sue ricchezze, e che fa fiorire gli alberi e germinare le piante della Terra, che essi cingono e toccano la testa con delle funicelle che poi portano indosso sulla camicia o sulla carne”.

Presso la località di Saint-Briss-Le Vineux, ad Auxerre, nella Regione della Borgogna, è ancora visibile un’immagine della celebre testa magica adorata dai Templari, scolpita sulla fiancata sinistra di una casa templare che fungeva sia da commenda che da deposito di preziosi. Essa si presenta come una testa cornuta e barbuta, posta al di sotto di tre angeli, una chiara immagine terrena del Demiurgo, creatore e regolatore del mondo materiale, per usare un’espressione cara ai Catari.

                                                                 

Durante il processo di Carcassonne, il cavaliere templare Rodolfo di Gisi dichiarò di aver assistito ad un Capitolo Generale tenuto dal fratello di Villers, nella diocesi di Troyes, durante il quale il fratello Hugues de Beçancon appoggiò su un banco una testa-idolo. A quel punto il neofito si spaventò così tanto che uscì dal Capitolo senza attendere l’assoluzione del fratello più anziano. Lo stesso cavaliere aggiunse che aveva visto la stessa testa in sette Capitoli diversi e che l’idolo in questione aveva un aspetto terribile e demoniaco; ogni volta che appariva, riusciva a guardarla a malapena, poiché lo riempiva di terrore.

Il templare borgognone Hugue de Bures dichiarò ai giudici che questa testa veniva conservata all’interno di un armadio posto nella Cappella. Era una sorta di reliquia formata da tre leghe, d’oro, d’argento e di rame e raffigurava una testa umana dalle sembianze spaventose. I fratelli più anziani, e con grado più elevato, gli ordinarono di genuflettersi quando la testa sarebbe stata portata in processione in mezzo al Capitolo, e di adorarla come il vero Salvatore dell’Ordine.

La prima cosa che, infatti, emerse dalle indagini è che le pratiche incriminate erano tutte comandate dai vertici dell’Ordine in quanto “precetti”, in particolar modo l’adorazione di una testa verso la quale ci si doveva rivolgere con l’espressione latino-medievale Deus meus, adiuva me (Dio mio, aiutami), dopo essersi inchinati davanti ad essa, come testimoniano le deposizioni dei cavalieri Cettus de Ragonis e di Gèrard de Plaisance nell’istruttoria di Viterbo del 1308.

Il cavaliere Raoul de Gisy affermò che l’idolo adorato era un Maufe, cioè un dèmone cornuto. Per il cavaliere Pierre de Moncade l’idolo era un diavolo dell’Inferno. Il cavaliere Jean de Cassanhas disse che era il “Demonio, per quello che ne so io” e che durante la sua iniziazione, quando Il Precettore gli mostrò questo idolo di bronzo, gli disse “Ecco un amico di Dio che dialoga con lui quando meglio crede. Rendigli grazie per il bene che fa e perché ti ha condotto qui e lui ha esaudito tutti i tuoi desideri”.

Nicolas Réginus, frate templare, disse di essere stato testimone, durante un Capitolo a Bologna, che i grandi precettori dell’Ordine Guglielmo di Novi, priore di Lombardia e di Toscana e Giacomo da Montecucco dissero ai cavalieri che bisognava aspettarsi la Salvezza solo da questa testa.

Tra i documenti raccolti nell’atto d’accusa ai Templari del 1307 ci sono le “Grandi Cronache di Francia” nelle quali si legge “Un nuovo bambino generato da un Templare e da una giovane vergine veniva cotto ed arrostito sul fuoco e tutto il grasso ricavato lo credevano sacro e ci ungevano il loro idolo”.

Due testimonianze, quella del cavaliere Gaucerand de Montprezat e quella del cavaliere Raymond Rubei, insistevano sul fatto che l’idolo in questione era chiamato internamente con l’appellativo di Bafometto. Nel processo fiorentino, un cavaliere disse che gli era stato mostrato un idolo e gli era stato detto “Ecco il vostro Dio ed il vostro Magumet”.

Il cavaliere Pierre de Bonnefond disse che durante la sua iniziazione i fratelli più anziani lo rifornirono di una cordicella la quale aveva cinto, nei paesi d’Oltremare, la testa. Altri quattro testimoni nel processo fiorentino dissero di aver assistito alla cerimonia di consacrazione delle cordicelle e della loro distribuzione. Furono benedette attraverso il contatto con una testa ritenuta sacra e queste cordicelle venivano poi riposte in alcuni cofanetti per essere usate durante le cerimonie d’iniziazione.

Un notaio e due cavalieri raccontarono ai membri della Santa Inquisizione una storia che gettò un’ombra inquietante sull’origine di questa testa magica e sul suo culto negromantico:

Una nobilissima dama di Maraclea, di nome Yse, era amata da un cavaliere templare, un Signore, re di Sidone; ma ella morì giovane, e la notte in cui fu sepolta, il perverso amante penetrò nella sua tomba, esumò il cadavere e la stuprò. Allora uscì dal nulla una voce che gli comandò di ritornare dopo nove mesi perché avrebbe trovato un figlio. Il cavaliere templare obbedì all’ingiunzione e al momento stabilito aprì di nuovo la tomba e trovò una testa sulle ossa delle gambe dello scheletro della donna. La stessa voce dal nulla gli comandò di custodirla con ogni cura perché sarebbe stata dispensatrice di ogni bene. Perciò il cavaliere templare la portò sempre con sé. La testa divenne il suo genio protettore ed egli poté sconfiggere i suoi nemici semplicemente mostrandola. A tempo debito, questa testa entrò in possesso dell’Ordine templare

 


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