Il celebre scrivano ecclesiastico medievale Angerius de Bèziers era convinto che i monaci templari fossero “i depositari di un misterioso culto, falso e ingannevole”, al centro del quale c’era l’adorazione di una testa magica, dall’aspetto terribile, che parlava e concedeva all’intero Ordine e ai suoi membri la salvezza eterna ma anche ogni tipo di potere, di gloria e di ricchezza loro avessero voluto.
Nel 1307,
per volere di papa Clemente V, i domenicani della Santa Inquisizione approfondirono
l’argomento, sottoponendo ad interrogatori di garanzia 45 cavalieri e raccogliendo
testimonianze varie, dentro e fuori l’Ordine, per verificare se esso si fosse o
meno macchiato dei reati di idolatria, blasfemia, eresia e apostasia. Il
materiale raccolto produsse l’incriminazione di moltissimi cavalieri e, subito
dopo, furono imbastiti alcuni processi, come quello di Carcassonne e quello di
Firenze.
Nei verbali
della Santa Inquisizione, gli articoli 45/46 dei capi di accusa, trattarono
proprio del culto della testa magica:
“In
tutte le province, i Templari posseggono idoli, teste con tre facce, con una
sola o anche crani umani…nelle loro assemblee e soprattutto nei Grandi Capitoli
essi adorano un idolo come Dio, come il loro Salvatore, affermano che questa
testa li può salvare, che concede all’Ordine tutte le sue ricchezze, e che fa
fiorire gli alberi e germinare le piante della Terra, che essi cingono e
toccano la testa con delle funicelle che poi portano indosso sulla camicia o
sulla carne”.
Durante il
processo di Carcassonne, il cavaliere templare Rodolfo di Gisi dichiarò di aver
assistito ad un Capitolo Generale tenuto dal fratello di Villers, nella diocesi
di Troyes, durante il quale il fratello Hugues de Beçancon appoggiò su un banco
una testa-idolo. A quel punto il neofito si spaventò così tanto che uscì dal
Capitolo senza attendere l’assoluzione del fratello più anziano. Lo stesso
cavaliere aggiunse che aveva visto la stessa testa in sette Capitoli diversi e
che l’idolo in questione aveva un aspetto terribile e demoniaco; ogni volta che
appariva, riusciva a guardarla a malapena, poiché lo riempiva di terrore.
Il templare
borgognone Hugue de Bures dichiarò ai giudici che questa testa veniva
conservata all’interno di un armadio posto nella Cappella. Era una sorta di
reliquia formata da tre leghe, d’oro, d’argento e di rame e raffigurava una
testa umana dalle sembianze spaventose. I fratelli più anziani, e con grado più
elevato, gli ordinarono di genuflettersi quando la testa sarebbe stata portata
in processione in mezzo al Capitolo, e di adorarla come il vero Salvatore
dell’Ordine.
La prima cosa che,
infatti, emerse dalle indagini è che le pratiche incriminate erano tutte
comandate dai vertici dell’Ordine in quanto “precetti”, in particolar modo l’adorazione
di una testa verso la quale ci si doveva rivolgere con l’espressione latino-medievale
Deus meus, adiuva me (Dio mio, aiutami), dopo essersi inchinati davanti ad essa,
come testimoniano le deposizioni dei cavalieri Cettus de Ragonis e di Gèrard de
Plaisance nell’istruttoria di Viterbo del 1308.
Il cavaliere Raoul de
Gisy affermò che l’idolo adorato era un Maufe, cioè un dèmone cornuto.
Per il cavaliere Pierre de Moncade l’idolo era un diavolo dell’Inferno. Il
cavaliere Jean de Cassanhas disse che era il “Demonio, per quello che ne so
io” e che durante la sua iniziazione, quando Il Precettore gli mostrò
questo idolo di bronzo, gli disse “Ecco un amico di Dio che dialoga con lui
quando meglio crede. Rendigli grazie per il bene che fa e perché ti ha condotto
qui e lui ha esaudito tutti i tuoi desideri”.
Nicolas Réginus,
frate templare, disse di essere stato testimone, durante un Capitolo a Bologna,
che i grandi precettori dell’Ordine Guglielmo di Novi, priore di Lombardia e di
Toscana e Giacomo da Montecucco dissero ai cavalieri che bisognava aspettarsi
la Salvezza solo da questa testa.
Tra i documenti
raccolti nell’atto d’accusa ai Templari del 1307 ci sono le “Grandi Cronache di
Francia” nelle quali si legge “Un nuovo bambino generato da un Templare e da
una giovane vergine veniva cotto ed arrostito sul fuoco e tutto il grasso
ricavato lo credevano sacro e ci ungevano il loro idolo”.
Due testimonianze,
quella del cavaliere Gaucerand de Montprezat e quella del cavaliere Raymond
Rubei, insistevano sul fatto che l’idolo in questione era chiamato internamente
con l’appellativo di Bafometto. Nel processo fiorentino, un cavaliere disse che
gli era stato mostrato un idolo e gli era stato detto “Ecco il vostro Dio ed
il vostro Magumet”.
Il cavaliere Pierre
de Bonnefond disse che durante la sua iniziazione i fratelli più anziani lo
rifornirono di una cordicella la quale aveva cinto, nei paesi d’Oltremare, la
testa. Altri quattro testimoni nel processo fiorentino dissero di aver
assistito alla cerimonia di consacrazione delle cordicelle e della loro
distribuzione. Furono benedette attraverso il contatto con una testa ritenuta
sacra e queste cordicelle venivano poi riposte in alcuni cofanetti per essere
usate durante le cerimonie d’iniziazione.
Un notaio e due
cavalieri raccontarono ai membri della Santa Inquisizione una storia che gettò
un’ombra inquietante sull’origine di questa testa magica e sul suo culto
negromantico:
“Una nobilissima
dama di Maraclea, di nome Yse, era amata da un cavaliere templare, un Signore,
re di Sidone; ma ella morì giovane, e la notte in cui fu sepolta, il perverso
amante penetrò nella sua tomba, esumò il cadavere e la stuprò. Allora uscì dal
nulla una voce che gli comandò di ritornare dopo nove mesi perché avrebbe
trovato un figlio. Il cavaliere templare obbedì all’ingiunzione e al momento
stabilito aprì di nuovo la tomba e trovò una testa sulle ossa delle gambe dello
scheletro della donna. La stessa voce dal nulla gli comandò di custodirla con
ogni cura perché sarebbe stata dispensatrice di ogni bene. Perciò il cavaliere
templare la portò sempre con sé. La testa divenne il suo genio protettore ed egli
poté sconfiggere i suoi nemici semplicemente mostrandola. A tempo debito,
questa testa entrò in possesso dell’Ordine templare”

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