giovedì 18 febbraio 2021

LA PORTA MAGICA DEI ROSACROCE A ROMA

 




Care amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

in Piazza Vittorio, a Roma, è ancora oggi visibile la celebre porta magica o alchemica di Villa Palombara, costruita nel 1680. La porta rappresenta ed è espressione della misteriosofia della Confraternita dei Rosacroce che stavano nella Capitale. Viene giustamente collegata al potere della pietra filosofale e alla trasmutazione della materia, per via del fatto che il proprietario della Villa, il marchese Massimiliano Savelli Palombara, era un alchimista, un mago, un esoterista appartenente alla Fratellanza della Rosacroce d’oro.

Il nobile romano era stato iniziato alla Fratellanza Rosacrociana grazie all’intermediazione di Cristina, regina di Svezia, nota cultrice e praticante di magia, alchimia e scienza, molto interessata al tema dell’Arcadia, la regione greca agreste nella quale agricoltori e pastori vivevano in pace, in sintonia con la natura nell’età dell’oro, sotto il regno di re Lycaone.

Il marchese Palombara era entrato anche a far parte dell’Accademia dell’Arcadia in Roma, fondata dalla regina di Svezia proprio a Roma nel 1690.  Il filone del tema arcadico era così fortunato presso le corti europee che coinvolse personalità in ogni campo del sapere. I membri si definivano Pastori.

La sede dell’Accademia dell’Arcadia fu donata da re Giovanni V del Portogallo ed ebbe Papa Leone XIII come membro attivo delle sedute arcadiche. Ad essa sarà collegata, in Roma, la Biblioteca Angelica.

Il Marchese, probabilmente innamorato di Cristina di Svezia, nel 1656, le dedicò un poema ermetico, carico di simboli e allegorie rosacrociane dal titolo La bugia: rime ermetiche e altri scritti, ancora conservato in Vaticano, e nel quale si fa riferimento palese all’Ordine della Rosacroce Aurea. Ospite della sua villa romana, la regina praticava col marchese esperimenti chimici nel laboratorio appositamente costruito, proferendo antiche formule magiche egiziane. Secondo i racconti dell’epoca barocca, l’alchimista Francesco Giuseppe Borni venne ospitato dal marchese, una notte, nella villa. L’uomo cercava all’interno del vivaio una pianta in grado di trasformare i vili metalli in oro. Poi, si racconta, attraversò per caso la porta “magica” e scomparve senza che di lui si seppe più niente. Scomparendo, lasciò a terra un manoscritto contenente simboli magici e alchemici riconducibili all’utilizzo della pietra filosofale o Graal. Il contenuto di questa pergamena fu appositamente fatto incidere dal marchese sulla porta in questione.




La porta ha quindi un significato innanzitutto simbolico: è un varco che permette all’iniziato ai misteri rosacrociani di raggiungere una dimensione superiore della conoscenza. Essa quindi è Ianua Inferi, cioè un passaggio verso gli inferi, nelle viscere della terra, nelle sue profondità là dove è ancora vivo il fuoco da cui nascono e muoiono gli elementi chimici della materia prima.


Sulla porta sono incisi chiari simboli rosacrociani, in particolare sul fregio, due triangoli sovrapposti, l’esagramma che rappresenta il macro ed il microcosmo, il maschile e il femminile, la coppia degli opposti, con simboli alchemici dell’oro e del sale, con una croce ed una scritta latina centrum in trigono centri, il centro è nel triangolo del centro.  Nel mezzo della croce c’è un punto. Questo diagramma ci riporta alla geometria. Dei due cerchi più piccoli che contengono la frase latina, quello esterno ha il diametro pari al raggio del cerchio interno della coppia più grande, quella che circoscrive l’esagramma. Esso, nel catechismo rosacrociano, viene chiamato anche “il gran sigillo di Salomone” o “doppio triangolo del re saggissimo” e rappresenta i due principi opposti della divinità, il dio della luce ed il suo riflesso argenteo, il Jehovah bianco e quello nero.

Questa è la rappresentazione del celebre sigillo riportato sul frontespizio dell’opera Aureum Seculum Redivivium scritta nel 1621 dal fratello rosacroce Madathanus, testo nel quale l’autore, anch’egli appartenente all’Accademia dell’Arcadia, si professa appunto iniziato alla fede rosacrociana che opera per la restaurazione della vera “età dell’oro”.

Data la comune appartenenza al circuito rosacrociano di molti scrittori del tempo, questo sigillo sarà appunto adottato dai nobili membri dell’Accademia dell’Arcadia e comparirà in libri come il Museaum Hermeticum di Lucas Jennis o in quello scritto da Wienner Von Sonnensfels nel 1747 dal titolo Splendor Lucis o ancora nell’opera Geheime Figurem des Rosenkreutzer dedicata al cavaliere e fondatore dell’Ordine Christian Rosenkreutz.

Il marchese, come ho scritto, apparteneva alla Fratellanza della Rosacroce aurea che aveva in Frederic Rose il suo Imperator, cioè la massima carica dell’Ordine. Questo ramo franco-tedesco, dal 1757, si sviluppò molto anche In Boemia, Ungheria e Russia raggiungendo il suo apogeo nel 1777.


Per tornare alla descrizione della porta, in essa compare un’altra scritta latina che dice Si sedes non is che ambiguamente vuol dire “se siedi, non vai” e nel suo contrario “se non siedi, vai”.

E poi ancora la scritta Aureum Seculum Redivivum che fa riferimento al ritorno dell’età arcadica dell’oro e Novus Ordo Saeclorum, il nuovo ordine dei secoli, una celebre frase esoterica riportato anche sul dollaro americano, sotto la piramide tronca con l’occhio del dio egiziano Horus, inscritto in un triangolo.

Sugli stipiti della porta magica possiamo osservare una successione di pianeti in associazione ai metalli: Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio.

Ad ogni pianeta corrisponde un motto di natura ermetica, dal basso verso l’alto a destra per poi andare dall’alto in basso, a sinistra, secondo la direzione del motto ebraico e cabalistico Ruach Elohim.

A fianco alla porta ci sono due statue che rappresentano i Bes che fungono da guardiani. Sono due nani mitologici dell’antico Egitto, due numi tutelari della casa, associati anche alla sessualità e al suo potere magico. Ancora oggi, queste stesse statue sono presenti nei giardini del Quirinale.

 

…continua…

Un caro saluto dal vostro Michele Allegri

 


venerdì 12 febbraio 2021

IL REBUS DEL QUADRATO MAGICO DEL SATOR, UNA MATEMATICA ESOTERICA

                                                                          

INTERMEZZO ENIGMISTICO


Care amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

Il quadrato magico è conosciuto già ai tempi dell’antico Egitto del IV e del V sec. a.C. e in Mesopotamia, è l’espressione della cultura ermetica. Lo si ritrova anche in Palestina, dove gli vengono attribuiti significati cabalistici e matematici. Molto diffuso anche in Europa in varie epoche, in quella romana per esempio, nella quale è in rapporto con la divinità di Saturno. È facile fare il collegamento per esempio tra le prime tre lettere di Sat-or e di Sat-urno.

Nel medioevo il quadrato magico SATOR si ritrova per esempio in Linguadoca, inciso su una pietra di una chiesa di Albi dall’eretico cataro Qiroi. Questo rompicapo o rebus è assai presente nei castelli, nelle magioni, nelle commende dell’Ordine del Tempio costruiti in prossimità di luoghi sacri ai celti, conosciuti come “zone di energia tellurica”. Secondo la prof.ssa Bianca Capone, il quadrato magico sarebbe stato utilizzato dai frati-templari durante le iniziazioni segrete.

Ancora oggi, i fra-massoni, in ricordo dell’usanza templare, utilizzano il “quadrato di loggia” durante le tornate, cioè le riunioni rituali.



Il quadrato magico si compone di una frase in forma palindroma che cioè può essere letta in qualsiasi direzione.

SATOR

AREPO

TENET

OPERA

ROTAS

Alcune parole sono loro stesse palindrome, leggibili da destra a sinistra e viceversa.

ROTAS-SATOR

TENET-TENET

OPERA-AREPO

Il significato è ancora oggi un mistero. Potrebbe voler dire: Il seminatore o contadino, sul suo carro, guida, con il suo lavoro o con cura, le ruote.

Tutte le parole sono in latino, tranne Arepo che è un vocabolo gallo, forse il nome del contadino o seminatore.


Molto interessante è il SATOR che si trova nel duomo di Siena. La Toscana umanista e rinascimentale che diede grande impulso, sotto la signoria dei Medici, alla riscoperta del mondo magico ed ermetico dell’antico Egitto, aveva costituito un’alleanza culturale tra esoterismo e scienza. Nicolò Cusano, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola si erano anche immersi nella cultura esoterica greca, con la riscoperta di Platone e delle sue opere più oscure. Ed è qui, in Toscana, che trova impulso il movimento rosacrociano italiano che si esprime con allegorie, simboli, rebus di parole, come il SATOR, una tradizione che mescola lo studio della matematica, della geometria, dell’astronomia con l’astrologia, l’alchimia, la magia e la cabala ebraica.

 ...continua...

Un caro saluto dal vostro Michele Allegri

domenica 7 febbraio 2021

IL COLLEGIO INVISIBILE DEI ROSACROCE: MORALS & DOGMA

 


Care amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

sopra riprodotta vi è una storica immagine rosacrociana, il frontespizio di un’edizione della Tabula Smaragdina Hermetis del 1500, con riferimenti astrologici e alchemici. Alchimia (Al-Kimiya) è una parola medievale latina di origine araba che significa “arte della pietra filosofale”. Quest’arte è nata in Egitto nel I° sec. d.C., precede la nascita della chimica moderna e si occupa innanzitutto della trasmutazione dei vili metalli in oro. Nel campo dei culti misterici e delle società esoteriche riservate però le si attribuisce anche un doppio significato, simbolico e allegorico:

1.    il neofita attraverso un cammino iniziatico di vita-morte-rinascita opera la trasmutazione di sé stesso.

2.    L’iniziato prende coscienza dell’importanza della Conoscenza e diventa un mago in grado di trasmutare la realtà fattuale che lo circonda.

Nella dottrina rosacrociana la materia prima è eterna: “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma” come avrà modo di dire, in epoca illuminista, lo scienziato Lavoisier, padre della chimica moderna. Anche gli esseri viventi non muoiono veramente ma, attraverso il processo di putrefazione, si rigenerano e si trasformano. Per questo motivo, secondo la dottrina dei rosacroce, l’immortalità dell’uomo è anche immortalità della famiglia umana e del creato.

Il fuoco, poi, è l’elemento principe per effettuare queste trasmutazioni, gli alchimisti del rinascimento infatti dicono: “Esso si cela dappertutto, abbraccia la Natura, produce, rinnova, divide e consuma. Il fuoco, che è principio della vita, è contemporaneamente la causa operante della sua distruzione e della sua trasformazione”. Nel catechismo rosacrociano il tetragramma I.N.R.I. che fu posto dai romani sulla sommità della croce di Gesù significa Igne Natura Renovatur Integra ossia “col Fuoco la natura interamente si rinnova e ringiovanisce”. La dottrina dei Rosacroce fa propria la visione sapienziale della ciclicità e della stagionalità della materia prima, secondo lo schema ternario di vita, morte e rinascita.

Per tornare al frontespizio di questa versione rinascimentale della Tabula Smaragdina Hermetis-Verba Secretorum Hermetis (o Tavola di Smeraldo di Ermete), che è un testo sapienziale egiziano di Ermete Trimegisto per la creazione della Grande Opera alchemica, tradotto in latino nel 1250, possiamo notare alcuni elementi essenziali del simbolismo della Confraternita dei fratelli della Rosacroce:

1. la coppia antinomica degli opposti che si attraggono cioè il sole e la luna, che riversano i loro fluidi energetici, mascolini e femminili, nella coppa del Graal, quella dell’immortalità e della vita eterna.

2. due globi speculari.

3. due mani benedicenti speculari, a destra e a sinistra, che spuntano fuori dalle nuvole, che rappresentano i fumi dell’opera alchemica.

4. una catena d’unione di metallo che lega alcuni blasoni nobiliari.

5. la presenza dei pianeti Venere e Giove, che fanno riferimento all’attività e di Marte e di Saturno che invece sono messi in relazione con la limitazione.

Tutt’attorno campeggia la scritta latina:

    Visita Interiora Terrae Rectificando invenies Occultum Lapidem

   Visita l’interno della Terra, purificando, troverai la Pietra nascosta.

Nella dottrina rosacrociana questa frase spesso si presenta sottoforma dell’acronimo V.I.T.R.I.O.L. che fa riferimento al vetriolo, l’acido che dissolve la materia.

La pietra da trovare, nascosta nelle viscere della Terra, là in basso, nelle profondità più oscure, è la Pietro Filosofale che altro non è che la celebre Lapis Excillis, la pietra caduta dal cielo che il cavaliere Perceval “cerca” nei suoi viaggi interminabili, così come è raccontato nei romanzi medievali della letteratura del Graal.

Per trovare la Pietra della conoscenza o Graal, infatti, il cavaliere deve compiere un percorso astruso, un cammino iniziatico impervio, disseminato di ostacoli che lo portano dall’oscurità della terra alla luce della conoscenza, secondo lo schema delle tre fasi della Grande Opera alchemica: Nigredo, Albedo e Rubedo.

L’autore della tavola smeraldina, l’egiziano Ermete Trismegisto, letteralmente tre volte grandissimo, è figura primaria di riferimento per la Confraternita dei Rosacroce. Egli fu sacerdote, scriba, profeta, filosofo, legislatore, re, mago, alchimista ed esoterista di somma levatura. Ed è proprio seguendo le orme di Ermete, protettore delle arti e delle scienze, che i fratelli della Rosacroce si dedicarono allo studio profondo dell’astronomia, dell’astrologia, dell’aritmetica, della geometria, della chimica, della medicina sviluppando contemporaneamente la pratica della magia e la contemplazione delle filosofie mistiche, ermetiche, soprattutto quelle cabalistico-ebraiche.

Si pensi per esempio all’opera inglese Chymical Collection, una serie di opere sull’alchimia pubblicate nel 1650. Nel frontespizio del primo libro è presente un’immagine che riproduce “l’albero cabalistico della vita”, la Sephirot: nella parte destra ci sono oggetti in rapporto all’attività militare, nella parte sinistra oggetti per le attività intellettuali e nel corpo centrale oggetti dei principi religioso-esoterici. In alto gli immancabili opposti che si attraggono, il sole e la luna con la presenza del dio Mercurio con in mano il caduceo: i due serpenti che si baciano, attorcigliati intorno ad un bastone, simbolo dell’arte medica e farmacologica. Nel pensiero gnostico egiziano, i serpenti erano simboli della conoscenza e non certo della malizia! Sarà un caso ma il caduceo ha la stessa forma del D.N.A. degli esseri viventi!

                                                       Il caduceo del dio Mercurio
                                                                          D.N.A.

I rosacroce, quindi, formarono un’associazione segreta scientifica, dedicandosi alla chimica e alla medicina secondo gli antichi precetti egiziani ma, nel contempo, praticando le scienze occulte, in particolar modo la magia, anch’essa nel pantheon delle antiche concezioni egiziane. Questa società invisibile che fa della conoscenza il suo metro di azione, nel tempo, inevitabilmente, si scontrò con i dogmi della religione rivelata della Chiesa cattolica. A causa di ciò, i rosacroce vissero ed operarono nell’ombra e la Chiesa cattolica li bollò come “maghi, seguaci dell’Arte nera”. Giovanni XXII, papa avignonese, condannò la pratica dell’alchimia, intesa come magia nera, con un decreto, Spondent nonnullus del 1317 ed una bolla Cum inter nonnullus del 1323.

Tra le file della Confraternita rosacrociana ci furono molti alchimisti-scienziati ed alcuni dotti filosofi, noti all’epoca. Adepti inglesi come il filosofo Francesco Bacone, autore del trattato Nuova Atlantide nel quale si occupò del rapporto tra microcosmo e macrocosmo, il medico Robert Fludd, autore della Storia dei due mondi e del Trattato apologetico in difesa dell’integrità della Confraternita dei Rosacroce, l’alchimista Elia Ashmole, fondatore dell’Ashmolean Museum di Oxford, città nella quale visse il chimico Robert Boyle, anch’egli della fratellanza segreta. Fu proprio quest’ultimo a fondare il Collegio Invisibile dei Rosacroce, che fu il nucleo nascosto della Royal Society, la grande accademia delle scienze della quale fecero parte l’alchimista sir Robert Moray e John Byrom, per esempio. Byrom fu tra i fondatori del Cabala Club di Londra e divenne grande esperto di cartografia, diagrammi e disegni geometrici, fra cui la pianta e l’architettura della chiesa dei Templari di Londra.

Sul continente europeo, tra i rosacrociani più in vista, ci fu il tedesco Michael Maier, medico paracelsiano dell’imperatore Rodolfo, e Franz Anton Mesmer, teorico del magnetismo e dell’ipnotismo. Poi Stellatus, autore nel 1618 di Pegaso, ossia introduzione alla sapienza degli antichi, un tempo definita magia degli egizi ma ora chiamata pansofia dei Rosacroce, e Florentinus de Valentia, autore di Rosa in Fiore. In Francia ci fu Guglielmo Naudé, segretario del Cardinale Mazzarino. Il gruppo rosacrociano europeo contava una casa alchemica all’Aia nel 1622 ed un’altra a Parigi, cui fu poi affiliato Giovan Teofilo Desguliers, fisico e matematico che, il 24 giugno del 1717, riunì nella Taverna del Melo, nel mercato Covent Garden, i membri di quattro logge massoniche londinesi, facendo nascere la Fra-Massoneria moderna.

Proprio in Francia nel 1623, cominciò a circolare il libello Istruzione alla Francia sulla vera storia dei fratelli della Rosacroce, in cui si denunciava il potere magico e stregonesco della Confraternita, capace di infiltrarsi nei gangli del potere del regno. Ed è in questo periodo che accanto alla rosa e alla croce compare il simbolo rosacrociano del pellicano che colpisce col becco il suo petto tanto da far zampillare un rivolo di sangue col quale nutre i suoi figli. Nell’alchimia, il pellicano significa che la materia prima basta a sé stessa e che ha in sé ogni forma di sostentamento e di capacità di trasformazione.

                                                            Pelicano dei Rosa + Croce

L’interessamento per l’ermetismo, lo gnosticismo, l’alchimia e le scienze del 1500-1600, periodo nel quale vissero i personaggi già citati, era iniziato già nel medioevo ma aveva avuto un grande impulso nell’epoca umanista sotto la signoria dei Medici di Firenze. Grazie a loro si cominciarono a raccogliere saperi esoterici diversi. Nel 1460, Cosimo il Vecchio fece tradurre da Marsilio Ficino il leggendario Corpus ermetico del saggio sacerdote egizio Ermete Trimegisto: una raccolta di trattati sulla magia ermetica. Nel Corpus si faceva riferimento alla sacralità del corpo e della sessualità, un’inversione di rotta rispetto alle concezioni cristiano-medievali, espressa nella frase “se odi il tuo corpo, figlio mio, non ami te stesso”. Furono fatti arrivare in Firenze, da Bisanzio, anche molti manoscritti del filosofo greco Platone, che furono tradotti dal greco al latino. Nel periodo dell’umanesimo e poi del rinascimento, infatti, il pensiero platonico fu rivalutato proprio in funzione della portata del suo pensiero iniziatico ed esoterico. Sempre a Firenze, Pico della Mirandola diede il più importante contributo del tempo per lo studio della scienza cabalistica ebraica. I suoi libri, soprattutto La strega, dove si parla di un culto femminile fondato su orge sessuali, attirarono però l’attenzione della Chiesa, ragion per cui vennero messi all’Indice da papa Innocenzo VII. Papa Borgia divenne invece suo protettore. Quel pontefice spagnolo s’interessava degli antichi culti egiziani, tanto da far decorare il suo appartamento in Vaticano con raffreschi raffiguranti temi mitologici relativi alla dea Iside. Per i dotti umanisti e rinascimentali erano gli egiziani ad avere la chiave per aprire lo scrigno della sublime conoscenza superiore ed in particolare era la divinità femminile Iside ad aprire le porte per accedere alla parte più nascosta del pensiero e della personalità umana. Il rosacrociano Heinrich Cornelius Agrippa nel De occulta philosophia scrisse che è “il furore che vien dalla dea a trasmutare lo spirito dell’uomo in un dio attraverso l’ardore della sessualità”.

                                 Salone della Rosacroce: Dante ha gli abiti di Hugues De Payns, fondatore dell'Ordine templare
 

Già nel medioevo Dante Alighieri, il sommo poeta fiorentino, ispirato dalla letteratura dell’Amor Cortese, era entrato a far parte del circolo dei “Fedeli d’Amore” che era una filiazione del movimento dei trovatori della Linguadoca. I “Fedeli d’Amore” furono una confraternita elitaria di dotti letterati tesa a raggiungere un equilibrio culturale tra mistica, aspirazioni intellettuali ed istanze sessuali. Nel concetto di Dante, le Dame sono simulacri dell’idea del femminino sacro intese come saggezza e sapienza. La celebre “candida rosa” appare al sommo poeta solo alla fine del suo viaggio iniziatico della Divina Commedia. Come dirà Eliphas Levi, “il cielo dantesco si compone di una serie di cerchi cabalistici divisi da una croce come il pentacolo di Ezechiele, nel centro della croce fiorisce una rosa e noi vediamo apparire per la prima volta, pubblicamente, il simbolo della Confraternita dei Rosacroce”.

Il lavoro degli alchimisti rosacrociani tra il 1300 e il 1600 si muoveva su dunque due livelli: una parte riguardava gli esperimenti chimici con i metalli vili per creare l’oro e una parte riguardava la trasmutazione dell’adepto al fine di acquisire la vera Illuminazione attraverso pratiche di magia sessuale. L’alchimista Nicolas Flamel riteneva infatti che la magia sessuale donasse la longevità ai corpi.

                             Immagine alchemica: amore tra Sole e Luna
 

Nelle raffigurazioni rosacrociane dell’epoca rinascimentale, la Grande Opera, cioè l’unione carnale dei principi maschile e femminile, è ben rappresentata dall’Ermafrodito, che è l’unione tra il dio Hermes e la dea Afrodite. Ed è in questo periodo infatti che la raffigurazione del   Bafometto templare assume le caratteristiche di un ermafrodito: divinità maschile con le mammelle e con testa di animale, molto simile alla divinità gnostica Abraxas. 


 

Si noti come il Bafometto templare alzi ed abbassi le braccia in maniera speculare, con l’indice destro verso il cielo e quello sinistro verso la terra, come nel segno di riconoscimento degli iniziati alla Fraternità dei rosacroce, nel senso gnostico di “come in alto, così in basso”.

                                                                   Dio gnostico Abraxas

Nel catechismo rosacrociano, poi, la croce per eccellenza è quella ansata, quella egiziana, portata in processione durante le feste in onore di Iside e Osiride. Anch’essa ha in sé un richiamo sessuale-magico: è formata da un triplice fallo maschile e un’asola che rappresenta l’organo femminile, la vulva.

                                                             La croce egiziana, l'Ank

Nell’allegoria rosacrociana rinascimentale diventa la Rosa. La studiosa Barbara Walker scrive a tal proposito che La Rosa era il Fiore di Venere per i romani. “Le parole dette sub rosa, cioè sotto la rosa, erano parte dei misteri sessuali di Venere che non dovevano essere rivelate ai non iniziati”.


 …continua…

Un caro saluto,

Michele Allegri


sabato 30 gennaio 2021

IL CAVALIERE CROCIATO CHRISTIAN ROSENKREUZ

 


Care/i amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

Andrew Michael de Ramsay, conte franco-scozzese e cavaliere dell’Ordine di San Lazzaro, asserì nella celebre “Orazione” del 1737, tenuta davanti ad una nutrita assemblea di massoni giacobiti, che i progenitori dei liberi muratori erano “quei cavalieri crociati” che combatterono in Palestina nel Medioevo. Il massone De Ramsay non fece riferimento esplicito ai Templari, perché conosceva la loro storia “deviante” ma, furbescamente, ai cavalieri di San Giovanni che appartenevano all’Ordine concorrente a quello del Tempio ed erano rimasti nell’ortodossia cattolica. Ramsay era infatti un cattolico praticante e non poteva sapere che l’anno dopo ci sarebbe stata la scomunica papale nei confronti dei massoni. Inoltre aveva un’ambizione politica: restaurare la nobile stirpe cattolica degli Stuart in tutto il Regno Unito.

Secondo la sua visione, i nuovi re del Regno Unito sarebbero stati appunto i cattolici Stuart, mentre la Massoneria sarebbe stata quelle delle origini, quella medioevale dei “cavalieri-crociati”, accettati fin dal 1308 nelle corporazioni muratorie scozzesi.

Infatti, dopo gli arresti di massa dei Templari del 1307, alcuni nobili dignitari del Tempio di Francia assieme ad una truppa di cavalieri armati si rifugiarono in Scozia sotto la protezione di re Robert Bruce, ostile al papato e colpito dalla scomunica perché voleva reintrodurre in Scozia il culto pagano dei celti. I Templari, alla testa dei quali c’era il nobile William de Saint Clair (cognome poi diventato Sinclair), appoggiarono la difesa militare del re scozzese nella celebre battaglia di Bannockburn del 24 giugno 1314 contro le forze inglesi di re Edoardo II, alleate del papa.

I Templari furono ricompensati con donazioni e poi spinti dal re scozzese ad entrare nelle corporazioni muratorie, portando in dote ricchezze mobili ed un apparato esoterico di simboli e di riti magici sconosciuti alle gilde. I Templari, quindi rifugiatisi in Scozia, cominciarono a “coprirsi” dietro alla massoneria operativa, permettendo in questo modo la nascita della massoneria speculativa.

La conclusione di quest’azione di fusione fu magnificata nella costruzione della Cappella di Rosslyn, eretta nel 1450 dal nobile e templare sir William Sinclair (già Saint Clair). Al suo interno sono ancora ammirabili simbologie pagano-celtiche, croci sbavate templari, stelle fiammeggianti, squadre e compassi… il sincretismo templare-massonico ebbe quindi una manifesta affermazione.

                                                 Cappella di Rosslyn in Scozia (1450)

La benzina che diede fuoco, slancio e vitalità a questa nuova forma di massoneria speculativa è da ricercarsi nella rinascita del pensiero “ermetico-magico-cabalistico” presso le corti, le scuole e le università europee, tra la metà del 1400 e i primi 30 anni del 1600. Questo pensiero fece da volano per lo sviluppo della scienza, per la matematica, le arti figurative, le nuove scoperte cartografiche, astronomiche e mediche. Si concretizzò un movimento elitario dove si mescolarono esoterismo-magia e scienza, le cosiddette “conoscenze superiori”, in grado di costruire la Grande Opera alchemica della trasformazione dei metalli in oro sia in maniera simbolica che fattuale. Fu anche una filosofia che puntò alla riscoperta del pensiero platonico, della lingua adamitica, rimettendo in moto la medievale ricerca del Graal inteso come Pietra Filosofale capace di risanare la corruzione della materia. In pratica, una summa di conoscenze che andavano dai culti misterici greci e orientali passando attraverso la misteriosofia ermetica dell’Antico Egitto e la Kabala ebraica, alla riscoperta dell’autentico pensiero di Simon Mago, di Prete Gianni, degli gnostici, del sufismo e del templarismo…

Questo movimento d’opinione si costituì sotto forma di una società segreta: la Confraternita dei Fratelli Invisibili dei Rosacroce (R+C). Ebbe il suo epicentro in Germania e ad essa appartennero i principali geni delle scienze del tempo, come Isaac Newton e Robert Fludd, per esempio, affiliati dopo aver avuto un’iniziazione complessa.

Isaac Newton, dovete sapere, praticò l’alchimia e le scienze occulte: più di un decimo dei suoi libri trattano di questi argomenti!

Il monaco nolano Giordano Bruno, filosofo del panteismo e della magia naturale assieme al guru inglese John Dee, mago ed astrologo gallese, secondo la professoressa Yates, sono i due uomini che portarono alla nascita di questa fratellanza segreta la cui esistenza divenne nota nel momento in cui due manifesti, la Fama Fraternitatis e la Confessio Fraternitatis circolarono in Germania nel 1614.




                                       il cavaliere Christian Rosenkreuz raffigurato in un dipinto


Il fondatore mitico di questa corrente di pensiero spirituale e magica è il cavaliere tedesco Christian Rosenkreuz nato nel 1378 e morto nel 1484, all’età di 106 anni!

Egli avrebbe trascorso dodici anni in un convento, poi avrebbe intrapreso viaggi in Egitto, Palestina e Oriente dove sarebbe stato iniziato alla “Vera Luce della Conoscenza”. Mescolò quindi il sapere nascosto della tradizione orientale con quella occidentale.

Al suo ritorno in Europa si accorse però che il popolo non era ancora maturo per comprendere queste sue scoperte e si ritirò a vita privata trasmettendo la “sua scienza” solo a tre fidati discepoli che, a loro volta, la trasmisero ad altri, creando la catena di trasmissione del pensiero iniziatico rosacrociano.

Il corpo del “padre amatissimo” fu poi deposto dai suoi discepoli in un sepolcro segreto in Marocco, illuminato da un “sole interno” nel quale, racconta la leggenda, campeggiavano emblemi oscuri, scritte misteriose, codici cabalistici, formule e specchi magici, lampade e oggetti moderni. Il sepolcro fu scoperto da un suo discepolo nel 1604. Sulla tomba campeggiava la scritta Post CXX annos patebo, ossia “mi mostrerò dopo 120 anni”.

Il corpo venne trovato incorrotto e avvolto in una tunica sacra ornata. Fra le sue mani un libro sacro di pergamena detto TAU.

Due secoli più tardi, Johann Valentin Andrea, scrittore, poeta tedesco e pastore luterano, s’ispirò a lui nel comporre le “Nozze chimiche di Christian Rosenkreuz”, opera allegorica nella quale gli esperimenti chimici sono descritti come “accoppiamenti” di elementi opposti che si attraggono in base ad energie invisibili. Le immagini simboliche dell’epoca fanno riferimento al mascolino e al femminino. La Luna, per esempio, dice al suo sposo il Sole: “O sole, tu non fai nulla da te se non sono presente io con la mia energia, come il gallo non può agire senza la gallina”.


Il simbolo della Fraternità Rosacrociana prende vita dal nome stesso del fondatore: una croce, simbolo mascolino che si compone appunto di una linea orizzontale che rappresenta la tradizione, il passato, la staticità, e una linea verticale che rappresenta l’elevazione, il progresso e le aspirazioni.

In mezzo alla croce, una rosa rossa, antico simbolo della segretezza ma anche del femminino sacro ed erotico, così come lo avevano inteso i trovadori occitani del XII sec, i minnesinger tedeschi (minne indica la donna idealizzata) e la mistica cristiana dantesca.

I grandi rosoni delle facciate delle cattedrali gotiche medievali magnificarono questo richiamo alla femminilità carnale, mistica e religiosa.

La rosa rossa, anticamente, è il fiore sacro alla Dea egizia Iside, la vedova o Nostra Signora.

                                      collare massonico del grado 18 del RSAA: principe Rosa+Croce

Il grado 18, di Principe Rosacroce, è presente ancora oggi nel Rito Scozzese Antico ed Accettato della Massoneria moderna praticato dai “figli della Vedova” (così sono chiamati i massoni).

…continua…

Un caro saluto,

Michele Allegri

domenica 24 gennaio 2021

PAPA CLEMENTE V E L’ERESIA DI FRA’ DOLCINO

 

                                                       Bertrand de Goth, Papa Clemente V


Care amiche/i, bloggers e semplici curiose/i,

i documenti storici ci insegnano quale ruolo primario abbia avuto papa Clemente V nella vicenda dei Templari. Come era sua prerogativa, come sapete, abolì l’Ordine templare in maniera perpetua nel 1312 e lo fece senza subire alcun condizionamento da parte del cristianissimo Filippo IV il Bello, re di Francia. Non è vero, infatti, che questo papa fosse in stato di prigionia e/o di soggezione nei confronti del re di Francia, solo perché aveva scelto come sede del suo pontificato la città di Avignone.


                                           città di Avignone, sede papale.

Infatti è bene che io vi faccia luce su questa questione:

La città di Avignone non era parte del Regno di Francia ma, dal 1271, era un Contea indipendente dal regno francese, controllata per metà dalla famiglia degli Angiò e per metà, la parte orientale, dagli stessi pontefici di Santa Romana Chiesa. Essi attuavano, infatti, il pieno dominio anche su tutto il Contado Venassino, che comprendeva appunto la città di Avignone. Già dal 1229, infatti, dopo la fine della crociata contro i catari, i pontefici di Roma “godevano la signoria del territorio abbracciante Avignone dalla parte d’oriente, il Contado Venassino” [rif. Enciclopedia Treccani]. Avignone e la sua popolazione, come era avvenuto nelle principali città della Linguadoca, avevano preso parte attiva contro la Chiesa di Roma e la religione cattolica, abbracciando sin da subito l’eresia cristiana dei Perfetti (detti catari o albigesi). Avignone, per questo motivo, fu scomunicata nel 1226 e il cardinal legato “la condannò ad avere mura e torri distrutte, abbattute trecento case turrite, a pagare grave tributo, a giurare lotta spietata contro gli eretici albigesi” contro i quali, badate bene, non presero posizione i cavalieri templari. Questo dato sta a significare che i Templari appoggiavano questa forma di ribellione dottrinale e politica.

Il principe francese Bertrand de Goth fu eletto papa, col nome di Clemente V, nel 1305 dopo il Concilio di Lione. Nel 1309 decise di spostare la corte papale da Roma alla Guascona prima e a Carpentras poi, nel Contado Venassino. Questa era una zona amena e tranquilla, diversamente da Roma, dove imperversavano disordini e contese causati dalle soperchierie della nobiltà nera romana senza freni.

Sarà poi Giovanni XXII, vescovo di Avignone, e successore di Clemente, a completare lo spostamento della sede papale in quella città nel 1316, due anni dopo il rogo dei capi dell’Ordine del Tempio. I papi rimasero ad Avignone fino al 1377, quando papa Gregorio IX la riportò a Roma. Ben sette furono i pontefici cattolici che guidarono la Chiesa cattolica da Avignone.

Clemente V decise di porre la sede papale ad Avignone per dare un chiaro segnale del potere della Chiesa ai ribelli eretici catari che, ancora sotto il suo pontificato, scalpitavano per l’indipendenza religiosa, con l’appoggio politico della nobiltà locale che voleva la Linguadoca indipendente dal regno di Francia. Avignone, quindi, era una sede extra-territoriale della Santa Sede, come lo è oggi la Città del Vaticano.

Detto questo, non c’è quindi da meravigliarsi delle posizioni dure di questo papa nei confronti delle eresie: contro quella catara, contro quella Templare e contro quella dolciniana.


                                                         Fra' Dolcino

Infatti, fu Clemente V a reprimere l’eresia di Fra’ Dolcino, indicendo contro di lui una crociata nel 1306, ordinando che lo torturassero ed infine mandandolo al rogo nel 1307, proprio quando i Templari, accusati di eresia, furono catturati sul suolo francese.

Dolcino era il figlio illegittimo di un sacerdote di Novara. Si trasferì a Trento dove sedusse una nobildonna e fu per questo motivo cacciato dal vescovo locale. Poi cominciò la sua predicazione formando un movimento ereticale e pauperistico, uno dei molti di quell’epoca. I seguaci di Dolcino arrivarono ad essere 10.000. Le sue predicazioni affascinavano le popolazioni piemontesi che incontrava sul suo cammino e si radicò fortemente tra le popolazioni montane della Val di Susa, sulle Alpi biellesi, riuscendo a toccare il cuore delle persone semplici proprio con la sua stessa simplicitas cristiana, tanto è vero che ancora oggi è ricordato con affetto e stima. Voleva una Chiesa povera, affermava che fosse giusto saccheggiare le proprietà della Chiesa ed uccidere i corrotti che si annidavano tra gli ecclesiastici: monaci, predicatori, frati, eremiti e persino il papa. Profetizzava quindi l’arrivo della vera Chiesa, quella dell’Amore, sotto la guida dello Spirito Santo, ispirandosi alla predicazione di Gioacchino da Fiore. Con i suoi seguaci attuò molte azioni concrete, finché fu catturato da un dispiegamento di forze sotto gli ordini di papa Clemente che lo bollò come “un pestifero, figlio del demonio”. Il guelfo Dante (filo papista) gli preparò un posto all’inferno, tra i seminatori di discordie, mentre era ancora in vita, mettendo in bocca al profeta Maometto le seguenti parole: “Or dì a Fra’ Dolcin dunque che s’armi, s’egli non vuole qui tosto seguitarmi” (canto XXVIII dell’Inferno). 

Posto in carcere assieme alla sua compagna e ai suoi seguaci, Dolcino non si pentì mai delle sue prediche e delle sue azioni. Papa Clemente V ordinò al vescovo di Vercelli che venisse bruciato al rogo come eretico ma che prima fosse pubblicamente torturato. Dolcino disse agli inquisitori che nemmeno la morte lo avrebbe fermato perché sarebbe resuscitato in tre giorni.

                                         Fra' Dolcino e Margherita catturati dalla Santa Inquisizione

La macchina della Santa Inquisizione si mosse. Sotto gli ordini dei domenicani, dopo che la sua compagna e i suoi collaboratori più stretti furono bruciati, Dolcino venne condotto in pubblica piazza. Con tenaglie roventi il boia gli strappò la lingua, gli amputò il naso ed infine lo evirò. Le popolazioni accorse in piazza videro Fra’ Dolcino resistere al dolore come nessuno aveva mai fatto prima. Non gridò, non supplicò, guardò i suoi carnefici con sguardo fiero. Infine fu bruciato vivo e le sue ceneri furono disperse al vento.

                                               Una delle Lapidi che ricorda il martirio di Fra' Dolcino



Un caro saluto a tutti,

Michele Allegri